Un cambiamento inevitabile

Le associazioni sindacali operanti nella Polizia italiana possono essere considerate rappresentanze sui generis; esse sono, infatti, il riflesso un po’ sbiadito del sindacato storicamente affermatosi, snaturate come sono – non per loro scelta, beninteso  ‐  nei metodi e finanche nei fini, a cagione delle grosse limitazioni normative ch’esse incontrano nell’ambito della loro attività. Si va dall’esclusione formale dal resto del mondo sindacale, passando per una contrattazione collettiva monca (caratteristica, questa, comune, in quel periodo, a tutto il pubblico impiego), per giungere alla negazione tout court del diritto di sciopero, accessorio necessario e caratterizzante del diritto incondizionato alla libertà di organizzazione sindacale, così come inscritto dal costituente nel primo comma dell’articolo 39 della Costituzione.

Non può ignorarsi, però, il fatto che tale assetto fu il meglio che il sistema del tempo e i delicati equilibri politici allora esistenti potessero generare. Si vuol dire che, sebbene le vivaci discussioni politiche sorte intorno all’iter di discussione del ddl governativo n. 895/’79, per la riforma e la sindacalizzazione della polizia, e, in specie, particolarmente, intorno all’intensità del diritto alla libera organizzazione sindacale da attribuire ai poliziotti, avrebbero potuto condurre ad esiti diversi, così non fu; la formulazione definitiva della norma sul punto delle libertà sindacali costituì, infatti, il frutto di un compromesso tra le varie posizioni in campo, tra le quali fondamentale importanza assunsero quelle della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.

A prescindere dalle singole vedute politiche intorno al tema della riforma della polizia italiana, è un fatto che ad un tratto, negli anni in cui il Movimento dei poliziotti si batteva per la sindacalizzazione del Corpo, la politica si avvide della necessità, impellente, di una completa rivisitazione dell’assetto della polizia, al fine di renderla maggiormente efficiente e più vicina alla società civile. Sotto il primo dei due profili, occorre considerare il particolare momento storico in cui il dibattito maturò, vale a dire negli "anni bui" della Repubblica. Sotto il secondo profilo, occorre, invece, valutare il dato di fatto della percezione negativa che l’istituzione destava nella società civile. La polizia non era, infatti, percepita come istituzione al servizio della collettività, non era vista come espressione, cioè, di uno stato democraticamente fondato, e quindi, per ciò stesso, al servizio della gente, ma come il "braccio violento" del Potere: non istituzione posta a tutela di poveri, diseredati e deboli, dunque, ma strumento per la loro oppressione (così in BERNARDI, La riforma della Polizia, Torino, 1979, pag. 2 e ss).
Per comprendere meglio i motivi di tale sentimento verso la polizia si debbono prendere le mosse dal 25 luglio 1943, data della fine della dittatura, e dalla successiva proclamazione dello stato d’assedio. A seguito di tale provvedimento, l’autorità militare diramò una circolare a tutti i comandi territoriali, dettando precise direttive per la salvaguardia dell’ordine pubblico; tali istruzioni, determinanti per la piega degli eventi successivi, si connettevano al particolare momento storico, particolarmente problematico per il Paese. Ecco alcuni passi della circolare, che aiutano a comprendere il clima sociale e quello interno alle istituzioni militari, delle quali la polizia faceva parte.

«Nella situazione attuale […] qualunque perturbamento dell’ordine pubblico costituisce tradimento […] Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato all’origine […]. Siano assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani quali i cordoni, gli squilli […] e non sia tollerato che i civili sostino presso le truppe o intorno alle armi in postazione. I reparti devono assumere e mantenere sempre grinta dura e atteggiamento estremamente risoluto. Quando impiegati in servizio di ordine pubblico, in sosta o in movimento, abbiano fucile a pronti e non a bracciarm. Muovendo contro gruppi di individui che turbino l’ordine pubblico o non si attengano alle prescrizioni dell’autorità militare, si proceda in formazione di combattimento e si apra il fuoco a distanza, anche con mortai e artiglierie, senza preavvisi di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche […] Non è ammesso il tiro in aria. Si tiri sempre a colpire, come in combattimento […] Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermino alle intimazioni […] I caporioni e gli istigatori dei disordini riconosciuti come tali siano senz’altro fucilati se presi sul fatto […] Chiunque, anche isolatamente, compia atti di violenza o di ribellione contro le forze armate o di polizia o insulti le stesse e le istituzioni, venga immediatamente passato per le armi. Il militare impiegato in servizio di ordine pubblico che compia il minimo gesto di solidarietà con il dimostrante o si ribelli o non obbedisca agli ordini o vilipenda superiori e istituzioni venga immediatamente passato per le armi» (La circolare, attribuita al generale Mario Roatta, è citata, tra gli altri, in Canosa, La polizia in Italia dal 1945 ad oggi, Bologna, 1976, pag. 100 ss).

 

Prescindendo dal contenuto in sé del documento, che, seppur raccapricciante, nondimeno, dev’essere letto ed inteso nell’ottica dell’eccezionalità data dal particolare momento storico, si vuole qui solo segnalare come le indicazioni della circolare Roatta siano state, negli anni a seguire, i principi ispiratori cui s’è informata la polizia italiana nella gestione dell’ordine pubblico nel Paese.

 

 

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