Da dove veniamo e dove andiamo: pillole di storia della polizia italiana

Già sotto il dominio napoleonico, i poteri di polizia nelle città erano esercitati da un corpo specializzato, detto Arcieri di Città; gli arcieri, secondo quanto prescriveva la legge muniti di pistola alla cintola e di un bastone, potevano eseguire oltre agli arresti le perquisizioni e la custodia nelle Torri. Gli Arcieri di Città vennero sciolti nel 1847, regnante Carlo Alberto, il quale l’anno successivo costituì la Guardia Nazionale, una “forza civile destinata ad operare per la custodia della quiete pubblica e per la difesa dello Stato e delle libertà costituzionali”.

All’atto della costituzione della Guardia Nazionale, il sovrano era ben conscio dell’importanza del momento che il Paese stava vivendo, per via delle riforme in atto, e fu proprio in quest’ottica che valutò la Guardia nazionale ‐ che aveva affiancato i Regi Carabinieri nelle potestà istituzionali - meglio in grado di rispondere alla logica del cambiamento che aveva ispirato le riforme del 1847‐1848. L’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, nell’accezione più vicina a quella nella quale oggi la potremmo intendere, nacque anch’essa in quel lontano quadro riformista, istituita dal sovrano di Casa Savoia nel 1848. Il nome di pubblica sicurezza fu preferito a quello di polizia "a giusta soddisfazione dell’opinione pubblica, cui suonava ingrato l’antico nome di polizia, e con l’intendimento di rendere meglio palesi i nuovi più vasti e più nobili compiti di questo istituto, che veniva innalzato a vera e propria Amministrazione».

Questo, fino ad allora, inedito assetto istituzionale sarebbe stato un po’ il brodo di coltura nel quale avrebbe preso forma e, gradualmente, si sarebbe consolidata l’organizzazione della Polizia italiana, così come oggi la si conosce. Gli eventi di quel periodo storico erano destinati ad andare però ben al di là delle previsioni degli stessi protagonisti, a causa del fatto che il Regno di Sardegna e il suo sovrano erano divenuti, volenti o nolenti, il centro di gravità attorno al quale si sarebbero catalizzate le spinte rivoluzionarie poi sfociate in quel grande evento storico che è stata l’unità nazionale. In tale innovativo contesto costituzionale nasceva dunque la nuova esigenza di estendere ovunque, rapidamente ed efficacemente, l’osservanza della legge, la tutela dell’ordine pubblico, per garantire le libertà dei cittadini e la pace; in ultimo, v’era poi il proposito di consolidare le istituzioni che il nuovo Stato italiano andava via via estendendo. Furono queste considerazioni tecniche, ma, a ben vedere, anche politiche, a consigliare la costituzione del Corpo delle Guardie di pubblica sicurezza, la cui istituzione avvenne nel 1852; esso ebbe status militare e fu posto alle dipendenze del Ministro dell’Interno, sebbene parte della gestione dei suoi appartenenti fu attribuita ai Comuni, nei quali ognuno di essi operava. E’ indubbio che l’odierna Polizia di Stato abbia raccolto l’eredità del Corpo delle Guardie di pubblica sicurezza. Ciò in quanto «i mutamenti di denominazione, di uniforme, di dipendenza, di status (civile o militare) non significarono mai mutamento di funzioni e di compiti, e, come all’atto della fondazione, tali compiti continuano, oggi, ad essere quelli della conservazione dell’ordine pubblico e della tutela della sicurezza della collettività». La neonata Polizia venne posta al comando di ufficiali e poté contare su due compagnie, a Torino e Genova, e su poche stazioni. La legge n. 3720, del 13 novembre 1859, consentì, dal canto suo, l’estensione della competenza territoriale della Polizia a tutti gli Stati che si stavano progressivamente andando ad annettere al Regno di Sardegna. 

Pare interessante mettere in evidenza come la vita professionale del poliziotto di oltre un secolo e mezzo fa fosse assai simile a quella di oggi; ed infatti il servizio ordinario delle guardie doveva fare oggetto delle loro principali occupazioni; tale servizio consisteva nelle girate e nelle pattuglie, tanto di giorno che di notte, nel luogo di residenza, pel mantenimento dell’ordine, della tranquillità e della sicurezza pubblica; nel vegliare sugli oziosi, vagabondi e mendicanti, donne di malaffare, giocatori e recidivi; nel fare ricerca ininterrotta dei malfattori d’ogni

genere, distinguendo attentamente ogni traccia indicante, valevole a far presumere reati; nell’accorrere agli incendi ed altri simili avvenimenti rimarchevoli, provvedendo alle occorrenze nel miglior modo possibile.

 

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