L'interesse legittimo/2

Interessi oppositivi vs interessi pretensivi

 

Come accade nel caso dei diritti assoluti, che danno vita ad una relazione tra un soggetto e un bene e si caratterizzano per il fatto che possono essere fatti valere nei confronti di tutti, grossomodo, può dirsi che gli interessi oppositivi mirano ad evitare turbamenti nel godimento del bene; solo che, mentre nel caso dei diritti assoluti il diritto viene difeso da turbative o molestie ingiustificate [tali in quanto vietate dalla legge], nel caso dell’interesse oppositivo il suo titolare tenta di opporsi ad una manifestazione, non già contraria alla legge, bensì, legittima del potere pubblico.

Gli interessi oppositivi consistono, quindi, nel potere di difendere una posizione giuridica soggettiva già esistente e di opporsi al provvedimento amministrativo che tale posizione voglia incidere in negativo. E si badi che la differenza non è di poco rilievo, e, in fin dei conti, dimostra che le similitudini tra istituti del diritto privato e quelli di diritto pubblico reggono solo fino a un certo punto, che sono da «prendere con le molle», o cum grano salis (FRANCO, Il manuale del nuovo diritto amministrativo, Milano, Ipsoa, 2008, pag. 201). Gli interessi oppositivi altri non sono, al fondo, che i tradizionali interessi legittimi, come introdotti con l'istituzione della giurisdizione amministrativa nel 1889, che hanno portato alla tradizionale costruzione del giudizio amministrativo come giudizio d'impugnazione (QUARTULLI, Atti autoritativi e atti paritetici: validità di una distinzione, in Studi per il centocinquantenario del Consiglio di Stato, 1981, pag. 1517). Di fronte all’atto autoritativo non c’è, però, soltanto la pretesa a non essere privati illegittimamente di un bene della vita o, in termini più attuali, non vi sono unicamente interessi oppositivi, contrapposti all’agire dei pubblici poteri che tolgono, impongono, vietano, limitano. Infatti, s’è dato il caso che, con sempre maggior frequenza, i pubblici poteri abbiano cominciato con l’accordare al privato varie utilità, a volte scarse rispetto alle aspettative dei destinatari, altre volte tali che la soddisfazione di uno degli aspiranti comportasse necessariamente il sacrificio delle aspettative di tutti gli altri, come nel caso, ad esempio, del concorso pubblico a un solo posto. Si danno, allora, gli interessi pretensivi, ai quali corrisponde il dovere nel pubblico interesse di erogare una prestazione patrimoniale o un pubblico servizio o - più genericamente - un'attività. Si tratta di interessi molto simili ai diritti soggettivi, tanto da essere talvolta denominati "quasi - diritti" (NIGRO). 

È da dire che non esiste alcun criterio fisso per potere distinguere gli interessi pretensivi dalle figure affini dei diritti soggettivi rientranti nella cognizione del giudice ordinario e dei diritti soggettivi rientranti nella cognizione del giudice amministrativo. Il criterio, quindi, non può essere che puramente normativo o giurisprudenziale. Diritto e interesse sono, infatti, entrambi strumenti per la tutela di un interesse materiale predisposti dall'ordinamento, il quale può sovranamente cambiare [come spesso avviene] indirizzo circa il modo di usarli. L'inesistenza del confine ontologico è evidente anche tra interessi pretensivi e diritti soggettivi rientranti nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, dal momento che, specie in materia non patrimoniale, spesso non è affatto chiaro in quale delle due posizioni ci si trovi: sicché l'attribuzione ad una di esse finisce con l'essere frutto della scelta, talvolta opinabile, del giudice.

È di tutta evidenza che quello degli interessi pretensivi appare, attualmente, l’ambito in cui più sensibile può essere il contributo ermeneutico della giurisprudenza amministrativa. Ed infatti, in questa direzione vanno alcune decisioni estremamente interessanti. Ad esempio, i giudici amministrativi hanno ritenuto che il pubblico dipendente abbia un interesse pretensivo a veder definita una propria istanza di attribuzione di una qualifica superiore alla quale ritiene di avere diritto in base alla normativa che disciplina il rapporto di lavoro, con conseguente obbligo dell'amministrazione di provvedere sull'istanza stessa; ciò in quanto discende dal principio generale di buon andamento sancito dall'art. 97 della Costituzione, di cui è logico corollario il principio di trasparenza dell'azione amministrativa, che la posizione del pubblico dipendente in seno all'istituzione considerata venga individuata con esattezza, al fine di evitare l'insorgere di dannose situazioni di incertezza operativa e di conflittualità latente.

 

 

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