La Polizia nel Ventennio

Un evento formidabile avrebbe però minato e, in seguito, demolito tale assetto, vale a dire l’avvento al potere di Benito Mussolini e la dittatura del Ventennio.

Mussolini, infatti, nel quadro di una dichiarata necessaria riorganizzazione, sciolse la Regia Guardia di Pubblica Sicurezza e l’Arma dei Carabinieri, facendo confluire entrambe nel neo costituito Ruolo Specializzato dell’Arma dei Carabinieri, ad ordinamento militare (R.D. 22 dicembre 1922, n. 1680). Sebbene, nelle intenzioni dichiarate, il provvedimento si inserisse nel quadro di un progetto di razionalizzazione e di controllo delle amministrazioni interessate, in realtà fu evidente ch’esso rispondesse, invece, agl’interessi del regime e che, anzi, mirasse a consolidarlo. Mussolini diffidava, infatti, della polizia, attribuendole tendenze antifasciste. L’incorporamento forzoso della polizia nei carabinieri rispose, allora, ad una considerazione squisitamente politica: agli occhi del duce, i carabinieri offrivano maggiori garanzie di fedeltà al regime; il suo timore con riguardo alla polizia era motivato dalla circostanza ch’essa avesse mantenuto una rigorosa fedeltà alle istituzioni liberali; addirittura, risulta che, in occasione degli scontri che precedettero l’avvento del regime, essa fosse pronta all’uso delle armi, proprio contro Mussolini e i suoi sgherri. Dal punto di vista del duce, una polizia del genere era inappropriata al regime, al quale necessitava, invece, un’istituzione “asservita, che fungesse da strumento per l’esercizio del più grave arbitrio contro gli avversari del regime” (un’interessante esposizione dei fatti è in Pastormerlo, La storia del fascismo, 2006, in www.ilduce.net/storiadelfascismo.htm. e in Tinti, Dai Reali Carabinieri alla legge 121, Perugia, 1999).

L’attuazione della modifica provocò, però, un potente contraccolpo nell’istituzione, un gravissimo ed esteso malcontento che sfociò nell’unica rivolta di un Corpo armato dello Stato che la storia d’Italia possa annoverare. La sollevazione, in armi, iniziò a Torino la sera dell’ultimo dell’anno del 1922. Fautori e protagonisti dell’iniziativa furono le guardie della caserma “Vittorio Emanuele”, le quali riuscirono ben presto a coinvolgere negli eventi anche altri distaccamenti. Per imporre la resa ai “rivoltosi”, intervenne il questore di Torino, con al seguito i carabinieri, in armi anch’essi; ne scaturì, allora, uno scontro alquanto cruento, nel quale persero la vita quattro poliziotti. La rivolta non fu breve, né fu limitata alla sola occupazione della caserma Vittorio Emanuele. Fu assalita, infatti, la casa del Fascio, ove nel corso dell’assalto uno degli occupanti perse la vita.

Talmente cruento si rivelò lo strappo istituzionale che ad un certo punto si rischiò la guerriglia generalizzata, poiché la rivolta si propagò velocemente anche in altre città, tra le quali Milano, Genova, Bologna, Firenze, Napoli e Catania.

Una volta consolidato il regime, Benito Mussolini procedé ad una nuova riforma dell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza, ricalcando per molti versi la struttura ordinamentale precedente, ritenuta, a ragione, meglio rispondente a criteri di efficienza. In quest’ottica, nella primavera del 1925 furono emanati due decreti (si tratta dei Regi Decreti n. 382 e n. 383 del 2 aprile 1925), attraverso i quali si poté procedere alla (ri)costituzione del Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza. In particolare, con il R.D. n. 383 vennero definite le forze armate del Paese in servizio di pubblica sicurezza, individuate, dall’articolo 1, nell’Arma dei Carabinieri Reali, nel Corpo degli Agenti di P.S. e nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N). Quest’ultima era nata, nel 1923, come organismo di sicurezza, del tutto nuovo, alle dirette dipendenze del Capo del Governo. Secondo il Regio Decreto istitutivo 28 dicembre 1922, n. 1676, essa aveva il compito di provvedere “in concorso coi corpi armati per la pubblica sicurezza e con il Regio esercito, a mantenere all’interno l’ordine pubblico; prepara[re] e conserva[re] inquadrati i cittadini per la difesa degli interessi dell’Italia nel mondo”. Non è da trascurare, poi, la tesi di chi ha sostenuto che, istituzionalizzando le squadracce, il duce avesse inteso neutralizzarle, poiché ritenute strumenti di potere alternativi al suo.

Sebbene la norma chiarisse che il Comando Generale della Milizia dovesse agire in accordo con il Ministero dell’Interno e con le Autorità da esso dipendenti, per i servizi di ordine pubblico e per le pubbliche calamità, in realtà, a dispetto delle parole, con l’istituzione della Milizia, si esautorò di fatto la polizia del regno dai tradizionali compiti istituzionali, ossia l’ordine ed il soccorso pubblico, mentre, per ciò che concerne le funzioni che richiedevano una peculiare preparazione professionale e tecnico-giuridica, ossia polizia giudiziaria e investigazione, esse vennero assicurate dal personale specializzato dell’Arma dei Carabinieri.

Nonostante ciò, gli anni successivi furono, per la polizia italiana, alquanto fecondi. Sotto la direzione di Arturo Bocchini (Capo della Polizia dal 1926 al 1940), il Corpo subì, infatti, progressive trasformazioni, a cominciare dall’assetto delle Questure, che furono riorganizzate in maniera importante, ciò che consentì di allestire un’imponente mole di dati in tempo reale, utili altresì a Palazzo Venezia per operare un più stretto controllo dei cittadini. Con Bocchini, uomo di fiducia di Mussolini, il nuovo Corpo, militarmente organizzato, divenne il principale strumento di repressione politica del regime fascista, insieme all’O.V.R.A., la polizia segreta.

 

 

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