Il Movimento, i Sindacati e la politica: le battute finali.

Si arrivò alla primavera del 1974, allorquando i delegati provinciali dei lavoratori della p.s. si riunirono, a Roma, con i rappresentanti sindacali del mondo del lavoro; l’obiettivo era ambizioso: gettare le basi del costituendo sindacato di polizia. L’assemblea dei delegati approvò il seguente manifesto programmatico:

1) l’istituto di polizia doveva essere inteso come organizzazione civile al servizio della legge;

2) gli appartenenti alla polizia dovevano godere di tutti i diritti civili concessi ai lavoratori […] le deroghe vigenti avrebbero dovuto essere abolite, lasciando intatti i vantaggi già acquisiti;

3) l’orario di lavoro non doveva superare per ogni turno di servizio le otto ore giornaliere, salvo prestazioni di carattere straordinario, regolarmente remunerate;

4) gli appartenenti di polizia dovevano far parte di una medesima organizzazione, con l’esclusione, quindi, di elementi estranei, come, ad esempio, funzionari dell’amministrazione civile dello Stato;

5) i rapporti tra cittadini e polizia dovevano essere improntati a mutuo rispetto, ma i danni e le offese arrecati agli appartenenti alla polizia nel compimento del loro dovere, dovevano trovare pronta, decisa ed efficace tutela;

6) i rapporti Stato – polizia ‐ sindacato, dovevano essere regolati da precise norme di legge, da cui risultassero le autolimitazioni imposte dagli stessi appartenenti alla polizia nell’esercizio dei loro diritti sindacali (lo sciopero quindi sarebbe rimasto escluso dai mezzi tradizionali di lotta);

7) gli appartenenti alla polizia si impegnavano alla difesa delle istituzioni democratiche repubblicane e alla tutela dei diritti costituzionalmente riconosciuti ai cittadini;

8) gli appartenenti alla polizia non potavano essere distolti dai loro compiti di istituto, per essere assegnati a incarichi diversi da quelli previsti dalla legislazione che li riguardava. L’azione della polizia doveva essere sempre caratterizzata dalla più assoluta neutralità e nulla si sarebbe dovuto fare a beneficio esclusivo di un partito, di una ideologia o di una fazione di cittadini a danno degli altri,

9) l’appartenenza alla polizia costituiva distinzione onorifica, per cui la perdita di fiducia da parte dei cittadini poteva provocare la esclusione dal servizio attivo;

10) il reclutamento e le specializzazioni dovevano essere effettuati in base a rigidi criteri di accertamento sulle capacità intellettuali e sulle doti morali e fisiche degli aspiranti, mentre non sarebbero dovuto essere motivo di esclusione le discriminazioni di carattere religioso o politico;

11) l’addestramento nelle scuole di polizia avrebbe dovuto essere adeguato alla realtà del Paese e alle esigenze strettamente tecnico – professionali, in modo da consentire una vera competitività per coloro che intendevano intraprendere la carriera dell’agente di polizia;

12) il comportamento degli appartenenti alla polizia doveva essere tale che essi stessi con giuramento avrebbero dovuto impegnarsi all’autotutela dell’istituto, per emarginare quanti «indegni», potessero ledere il prestigio e l’elevata funzione di cui erano investiti, per cui approvavano la proposta di ristrutturazione della p.s. in «Corpo di Polizia della Repubblica italiana».

Per dirla con le parole di Franco Fedeli, direttore di Ordine Pubblico, fu un avvenimento che «non esitiamo a definire storico perché dopo decenni di silenzio, durante i quali i poliziotti italiani sono stati costretti a rimanere rinchiusi nei loro uffici e comandi, senza alcun contatto reale con l’evoluzione della moderna società, si è verificato un evento davvero inatteso sia da parte dell’opinione pubblica che degli stessi organi dello Stato che, almeno così ci sembra, non appaiono più tanto ostili alla costituzione di un sindacato … Per la prima volta, nella storia della pubblica amministrazione in Italia, richieste di sostanziale riforma di un importante istituto provengono dalla base in un pubblico manifesto che costituisce una prova di civiltà, di rettitudine morale e di precisa previsione degli avvenimenti che maturano nel nostro paese».

Un segnale di enorme portata simbolica fu una lettera congiunta di CGIL, CISL e UIL in cui i tre segretari chiesero al Presidente del Consiglio Rumor l’abrogazione del decreto con cui era stato stabilito il divieto per gli appartenenti alla p.s. di iscriversi ad associazioni sindacali e di quello con cui il corpo era stato militarizzato. La lettera rimase senza risposta da parte di Rumor, ma ciò nulla toglie all’elevato valore simbolico del gesto.

 

Le confederazioni sindacali furono, inoltre, assidue protagoniste delle numerose assemblee e manifestazioni indette sul tema in quegli anni. Fu proprio lʹimpegno unitario delle tre grandi confederazioni e dei partiti, sostenuti dallʹopinione pubblica, a far sì che nel 1976 il successore agli Interni di Gui, Francesco Cossiga, ritenne opportuno l’abbandono della linea dura del suo predecessore. Tale nuovo atteggiamento trovò conferma in una circolare che legittimava i poliziotti ad esprimere il proprio pensiero sulla riforma e che attribuiva loro altri diritti, impensabili

fino a quel momento.

 

 

Per approfondire:

La lotta serve anche alla P.S., in Rinascita, 1973, fasc. 41.

Manifesto programmatico della polizia, aprile 1974, in Bernardi, La riforma della Polizia, Torino, 1979;

Fedeli, I poliziotti hanno parlato, in Ordine pubblico, aprile 1974.

 

 

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