11/1/2021 - Un po' di sana critica.

Le sentenze non devono piacere, è vero, ma la sana critica costruttiva può meglio aiutarne la comprensione. Comprendere certe decisioni è necessario, soprattutto quando esse sono prese sulla pelle dei lavoratori in uniforme, che, con la riforma del Sistema previdenziale del 1995, hanno pagato un prezzo già piuttosto elevato.

Ma andiamo al punto.

Benché la legge Dini si fosse fatta carico, a suo tempo, di limitare in qualche misura i danni, introducendo il sistema misto, notevoli, comunque, erano state le conseguenze sul piano economico per i pensionati in uniforme nel sistema misto, che si erano visti penalizzare, paradossalmente, anche per un solo giorno di anzianità in meno rispetto ai pensionati del sistema retributivo .
Oggi, con la sentenza n. 1/2021 delle Sezioni Riunite della Corte dei Conti, il principio mitigativo della legge Dini viene messo in discussione, aumentando ulteriormente il gap tra le pensioni delle due categorie di pensionati, con ulteriore danno per quelli del sistema misto.
Pare il caso di chiarire il nostro punto di vista, spiegando il perché questa sentenza non ci convince.

In primo luogo, non convince la dichiarata necessità di un "contemperamento" in senso più stringente tra le disposizioni del DPR 1092/1973 e quelle della legge 335/1995. E spieghiamo il perché.

Mentre la legge Dini ha isolato i due sistemi pensionistici, quello retributivo e quello contributivo, senza consentire "contaminazioni" tra loro, attraverso l'introduzione della speciale modalità di calcolo stabilita dall''art. 1, comma 12, la Corte ha scelto, invece, la strada di una rilettura più restrittiva della disposizione.

Riepiloghiamo i termini della questione.

Le pensioni maturate nel sistema misto sono date dalla somma: 

- della  quota  di  pensione  corrispondente  alle  anzianità acquisite  anteriormente  al  31   dicembre   1995, calcolata, con riferimento  alla  data  di  decorrenza  della  pensione,  secondo il sistema retributivo previsto dalla normativa vigente  precedentemente alla predetta data (e quindi nel caso delle Forze Armate e di polizia dall'art. 54 del DPR 1092/1973);

- della  quota  di  pensione  corrispondente  al  trattamento pensionistico  relativo  alle   ulteriori anzianità  contributive calcolato secondo il sistema contributivo.

Non ci pare di leggere nelle norme di sistema una base cui "aggrappare" la soluzione adottata dalla Corte. Il contemperamento lo ha già fatto la legge 335/1995, infatti, laddove con l'art. 1, comma 12, ha fatto convivere i sistemi retributivo e contributivo, separati dal "confine" temporale del 31/12/1995
A nostro prudente giudizio, il sistema retributivo andava fatto salvo nella sua interezza, così come prescritto dall'art. 1, comma 12, senza ulteriori "contemperamenti", che nel caso specifico si traducono in ulteriore danno economico per i pensionati in uniforme del sistema misto.
In secondo luogo, non convince la soluzione dell'introduzione di un incremento progressivo della pensione, rapportata all'anzianità di servizio, in luogo della pensione fissa calcolata al 44% della base pensionabile per le anzianità di cui al primo comma dell'art. 54. La norma in questione, infatti, aveva operato una scelta di fondo, adottando per il calcolo della pensione per tali anzianità il coefficiente fisso del 44%, a valere per tutto il quinquennio di servizio dal quindicesimo al ventesimo anno. In ragione di tale scelta, chiaramente resa dal tenore letterale della  norma, l'aliquota del 44% andava applicata tanto alle anzianità di quindici anni quanto a quelle di venti anni, passando per quelle intermedie. Solo e semplicemente questo. La Corte ha stabilito, invece, che nell'ambito di questo intertempo l'incremento debba essere progressivo e, addirittura, limitato alle anzianità di servizio dal quindicesimo al diciottesimo anno meno un giorno; e ciò in contraddizione con il tenore letterale dell'art. 54, comma 1. E non convince, a nostro avviso, neppure il richiamo agli articoli 8 e 39 del DPR 1092/1973 per giustificare tale interpretazione in danno dei pensionati.
In terzo luogo, non convince la rilettura dell'art. 54, comma 1, e, in particolare, la soluzione, già accennata sopra, di considerare, ai fini del calcolo della pensione maturata nel sistema retributivo le anzianità di servizio non già fino al ventesimo anno, ma quelle fino al diciottesimo anno meno un giorno, così arrivando a ricavare l'inedita aliquota del 2,44% su base annua, ottenuta ragguagliando il 44% a diciotto anni meno un giorno invece di quella del 2,93%, fino a questo momento riconosciuta dai giudici, ottenuta ragguagliando il 44% ai quindici anni di servizio, vale a dire l'anzianità a partire dalla quale essa trova applicazione, secondo quanto dispone l'art. 54, comma 1.
Il tema è assai più complesso, ma non ci pare questa la sede per approfondire oltre. Speriamo, però, di avere fatto un po' di chiarezza. 
In definitiva, crediamo che ci siano ancora spazi per affermare il diritto dei pensionati in uniforme nel sistema misto, per cui non bisogna demordere.

Chi vuole approfondire, può contattarci al nostro indirizzo email info@dirittierovesci.org o compilando il formulario alla pagina contatti del sito.
Forza e coraggio.
D&R 


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