Può capitare che un privato si ritenga leso dall'azione amministrativa. Ad esempio, nel caso in cui gli sia rifiutata un'autorizzazione amministrativa o anche nel caso in cui gli sia comminata una sanzione che egli ritenga ingiusta.
In tale eventualità, il privato ha davanti a sé due strade per tutelarsi:
i) la prima è la via amministrativa (cosiddetta giustiziale). Egli può invocare, infatti, la tutela rivolgendosi alla stessa amministrazione pubblica, senza necessità dell'intervento di un giudice.
ii) la seconda è la via giurisdizionale, che prevede, invece l'intervento di un giudice.
Il contenzioso amministrativo, propriamente detto, rientra nella prima delle due tutele.
L'ordinamento, infatti mette a disposizione del privato una serie di strumenti, i quali gli consentono  di tutelare in via autonoma la propria posizione giuridica soggettiva dall'attività illegittima della Pubblica Amministrazione. Parliamo dei ricorsi amministrativi, regolati dal Decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199, che reca una disciplina organica della complessa materia e che prevede lo strumento del "ricorso amministrativo".
Fondamentale è l'articolo 1, del D.P.R. n. 1199/1971, secondo cui 
"Contro gli atti amministrativi non definitivi è ammesso ricorso in unica istanza all'organo sovraordinato, per motivi di legittimità e di merito; da parte di chi vi abbia interesse.
Contro gli atti amministrativi dei Ministri, di enti pubblici o di organi collegiali è ammesso ricorso da parte di chi vi abbia interesse nei casi, nei limiti e con le modalità previsti dalla legge o dagli ordinamenti dei singoli enti.

La comunicazione degli atti soggetti a ricorso ai sensi del presente articolo deve recare l'indicazione del termine e dell'organo cui il ricorso deve essere presentato".
Occorre ricordare che il termine per proporre il ricorso amministrativo è sempre di trenta giorni, i quali decorrono dal momento della notifica dell'atto che si intende impugnare.
Nel caso in cui il privato ritiene di seguire la strada del ricorso amministrativo per la tutela dei propri interessi, egli non avrà necessità di farsi assistere da un avvocato, ma potrà curare da solo i vari passaggi: redazione e trasmissione del ricorso all'Autorità competente; redazione e deposito di eventuali memorie; interlocuzione con l'Organo decidente, ecc. 
Difendersi da sè è, dunque, possibile, non sempre è semplice, soprattutto se non si ha la 
questo caso non v'è necessità di farsi assistere da un avvocato.





senza la necessità di ricorso al giudice, L’obiettivo di tale tipologia di tutela è trovare una soluzione alle controversie insorte evitando il ricorso a interventi giurisdizionali.
La giurisprudenza amministrativa italiana ha seguito nel corso degli anni un’evoluzione piuttosto lenta, caratterizzata da un continuo susseguirsi di leggi.
Una svolta significativa in tal senso è datata 1865, anno in cui è stata approvata la legge che ha abolito il contenzioso amministrativo.
L’articolo 1 della legge n. 2248 del 20 marzo 1865, che ha abolito il contenzioso, stabilisce quanto segue:
“Tribunali speciali attualmente investiti della giurisdizione del contenzioso amministrativo, tanto in materia civile, quanto in materia penale, sono aboliti e le controversie ad essi attribuite dalle diverse leggi in vigore saranno d’ora in poi devolute alla giurisdizione ordinaria, od all’autorità amministrativa, secondo le norme dichiarate dalla presente legge”
Per capire cos’è il contenzioso prendiamo ancora una volta in considerazione il sito della Treccani e la definizione che riporta:
“Con l’espressione ‘contenzioso amministrativo’ viene indicato il sistema di matrice francese basato su un’interpretazione rigida del principio di separazione dei poteri. Secondo tale principio l’attività della Amministrazione Pubblica poteva essere oggetto di giudizio esclusivamente da parte di un giudice speciale”